I formaggi dei Fratelli Pira nell Tuscia viterbese

Il Cacio dei Fratelli Pira: quando la Sardegna diventa Tuscia

Il Quinto Quarto incontra i Fratelli PiraAmpie distese di campi coltivati e pascolo si allungano senza vertiginose cabrate, seguono il profilo dei rilievi bassi e arrotondati generati dall’ultima fase delle eruzioni del Vulcano di Latera. Un paesaggio che nasconde a tratti la dolcezza delle linee dietro  il fascino scomposto della macchia mediterranea, degli anfratti e delle caverne celate da una vegetazione disordinata dove trovarono riparo i briganti, a partire dal temuto Tiburzi. Siamo nel Comune di Ischia di Castro, un tempo terra di confine  tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana e, ancora prima, terra Etrusca di tagliate e grandi insediamenti testimoniati oggi dalle ricche necropoli della zona. Il navigatore si perde, poi ritrova la strada. Ce lo conferma un’insegna di legno che indica la direzione per l’azienda dei Fratelli Pira, Gianni e Tonino. Il cognome svela il legame con altri luoghi più aspri, ispidi, impervi: quelli magici della Sardegna barbaricina.  Da quella antichissima terra nuragica è partito Carmelo Pira alla fine degli anni ‘50, portando con sé  in Continente un piccolo gregge di pecore sarde e l’esperienza casearia di generazioni. All’inizio, l’azienda Radichino, Carmelo la conduceva come affittuario, poi con il tempo è riuscito a comprarla. La spinta verso il miglioramento, quella sana ambizione che porta a una continua sfida con se stessi, i Pira ce l’hanno nel DNA. Così con tanto lavoro, passione e caparbietà l’azienda è passata nel tempo dai 60 ettari iniziali agli attuali 250 tutti in regime biologico certificato da oltre 25 anni. E qui i fratelli Gianni e Tonino, seguendo i dettami paterni, hanno fondato una piccola oasi di gusto creando formaggi a latte crudo che entusiasmano i più esigenti palati gourmet. L’azienda è divisa tra bosco, pascoli e seminativi da cui proviene il mangime per le 1500 pecore sarde dal cui latte si ricavano gli intensi formaggi. Sono presenti anche 80 capre, maiali di Cinta Senese, conigli, polli e tacchini lavorati dall’Agriristoro Radichino che propone piatti della tradizione culinaria sarda e di quella della Tuscia.
Quella dell’agriristoro è un’attività recente. Aperto da poco più di un anno sulla scia della sala degustazione dove già si tenevano eventi, l’ampio Agriristoro Radichino vede in cucina Giuliana, la mamma, insieme a Piera e Francesca le sorelle di Gianni e Tonino, che preparano pasta fatta in casa, gnocchetti sardi, seadas, bujone e acquacotta, a base di prodotti tipici e genuini provenienti dall’azienda. “I salumi li facciamo noi, anche gli ortaggi sono nostri, così come la carne che serviamo”. Un guizzo nero, brillante infrange la serietà dello sguardo di Gianni rivelando una vivacità inaspettata. Guardando l’angolo dei vini dell’Agriristoro, Carlo nota con piacere che provengono tutti dal territorio, sforando con Sassotondo su Pitigliano, perché qui il confine fra Tuscia e Toscana è solo amministrativo. Poi ci avviciniamo alla vetrina dei formaggi, forme rotonde, quadrate, grandi, piccole, a pasta morbida, semistagionate, stagionate si accalcano, sovrapposte o scivolate per mostrare l’etichetta. Gianni anticipando la domanda: “Lavoriamo 25.000 litri al mese di latte – dice­­ ­­– per i nostri 20 tipi di formaggio. Le pecore sono a rotazione per permetterci di fare il formaggio tutti giorni”. Lui è impegnato principalmente nell’allevamento e nella gestione aziendale.
Estroso, esuberante Tonino ha una personalità che non passa mai inosservata, caratteristica che imprime al formaggio: è lui infatti che si occupa della produzione, ed anche è il volto più conosciuto dell’azienda perché ne cura i rapporti commerciali. Trascinante, simpatico, immediato è difficile resistere alla sua energia. Ma quando si tratta di formaggio tutto fa riferimento alla tradizione casearia di Carmelo e ai suoi preziosi consigli e indicazioni. Questo non impedisce di trovare spazio per la sperimentazione su nuove temperature, sui diversi tipi di caglio e sul modo di rompere la cagliata. Inalterata resta invece la manualità, nella caseificazione e nella salatura.

“Grazie al passaparola, ma anche grazie ai premi che state collezionando, siete ormai presenti in molti locali importanti, tanto per citare quelli di due amici, siete a Montemerano allo stellato Da Caino e a Orvieto ai Sette Consoli, siete stati a Identità Golose, gli amici Salvo Cravero e Stefano Polacchi del Gambero Rosso vi citano giustamente come una delle aziende di riferimento della Tuscia del formaggio. C’è anche spazio per l’esportazione?”. Chiede Carlo.

“Stiamo crescendo molto come visibilità e come presenza – risponde Tonino – siamo veramente contenti del percorso che stiamo facendo. Abbiamo ottimi riscontri in zona, sia come rivendita che come richiesta da parte della ristorazione, penso a La Piazzetta del Sole a Farnese, al Parco dei Cimini e ai Giardini di Ararat a Bagnaia, alle Terme Salus e al Tredici Gradi a Viterbo. L’esportazione richiederebbe quantità diverse che non abbiamo, per il momento ci limitiamo a piccole quantità inviate in Francia e Svizzera”. Nella vetrina dei formaggi spicca quello che ha vinto proprio qualche settimana fa il concorso Alma Caseus, indetto ogni due anni. La Toma Reale si è aggiudicato all’unanimità il massimo punteggio. Da quattro a sei mesi di stagionatura, la Toma Reale è in produzione dal 2013. È un prodotto tipico della tradizione contadina e lo si riconosce subito dalla sua foglia di mirto sulla crosta, a sottolineare un legame con la Sardegna che i fratelli Pira non hanno perso, ma anzi si avverte come una piacevole nota di fondo, si riconosce nei particolari e in una forte coesione familiare, perché come dice Gianni “La Sardegna è dove c’è una famiglia sarda”.

Fonte: http://www.carlozucchetti.it/

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