COME NASCE UN'EMOZIONE

Le emozioni nascono all'improvviso, così come spesso fuggono: veloci, ti freddano e scappano, come uno scippatore del cuore.
Ma cosa sono le emozioni e come nascono?
Quella che vi sto per raccontare potrei definirla un'ENOzione, perchè legata al nettare di Bacco e suggerita da una scoperta inaspettata.

Ho acquistato una partita di vini laziali di annate diverse, dal 1967 al 1985, con nomi di improbabile "duarata" gusto-olfattiva: Est!est!!est!!!, Frascati Fontana Candida, Cesanese del Piglio, Lacrima Cristi (Un lacrima Cristi di Frascati?!?). Ero rimasto incuriosito soprattutto da un Torre Ercolana 1967 della cantina Colacicchi di Anagni, oggi proprietà Trimani.

Ansioso aspettavo che arrivassero i pacchi, un pò come un bambino che freme l notte di natale nell'attesa dell mezzanotte!

E venne il giorno: due scatoloni che contenevano la bellezza di 23 bottiglie di quasi 40 anni fa!
Le apro con curiosa voracità ed ecco che splendide si mostrano in tutt l loro poetica antichità! Splendide, già si affacciava l'emozione.

Ma l'emozione, quella vera, con la E maiuscola sarebbe arrivata qualche sera dopo, quando con il cuoco afferriamo per il collo un cesanese per violarlo dopo 38 anni... si! Non stiamo parlando di un grande Barolo, di un Brunello di Montalcino, di un grande ed impronunciabile nome bordolese. Nemmno poi di un distillato che meglio tiene il tempo.

Parliamo di un vitigno autoctono laziale le cui origini (il vitigno è cesanese di affile) risalgono ai tempi della Roma Antica, quando i coloni romani, sedotti dall'ottimo clima della zona, si dedicarono ad un'intensa opera di disboscamento per fare spazio a splendidi vigneti, (cesae: luoghi dagli alberi tagliati).
Un vino che deliziò il palato di Papi e Imperatori e al quale furono riconosciute qualità medicamentose e addirittura soprannaturali; un prodotto della terra, che accompagnò il lento ritmo del lavoro nei campi, fornendo ispirazione a poeti e letterati. Fu oggetto di gelosa cura da parte del popolo di Affile, che negli Statuti Municipali stabilì “pene severissime a chiunque avesse avuto l'ardire di recare danno alle vigne”. Un vino la cui notorietà ha trovato eco lungo i secoli, fino a conquistare negli anni '30 del Novecento i luoghi della cultura enologica, ottenendo riconoscimenti e medaglie a Parigi, Bruxelles, Roma e Milano. Segni tangibili di un legame antico, quasi eterno, testimoniato persino dallo stemma araldico del paese: una tralcio di vite dai grappoli neri con un aspide attorcigliato sul tronco.

Ma torniamo alle emozioni.

Insomma, detta in breve, tutto ci aspettavamo tranne un'emozione.

Invece eccola li a venir fuori già quando abbiamo infilato la vite del cavatappi nel sughero: umido, ma flebile, bagnato quasi fino al di fuori della capsula, un pò annerita dal tempo.
Facciamo fatica ad estrarre il tappo, che si frantuma in più punti, nonostante avessimo provato anche con un "tiratappi" portato dalla cantina Mondavi in NapaValley.

Alla fine optiamo per lo spingere quel poco che rimaneva del tappo all'interno dell bottiglia...

Prendiamo un colino e versiamo ni calici.

Eccola, ecco l'emozione.... ti balza addosso come elegante e aggressiva pantera. Ti assale e ti fa suo: l'odore senza nemmeno immergere il naso penetra le narici e per magia ti fa salivare. E' quell'acidità che rende longevo un vino. Senti tanto parlare dell'importanza della "spalla acida", e qui l'avverti. Spall forti aveva questo cesanese, e hanno sorretto 38 anni in maniera egregia.

L'emozione cresce, perchè ci iamo accorti di non aver aperto il classico vino marsalato, ossidato, o ancor peggio acetico!

Abbiamo aperto quello che, visto nel panorama laziale, è forse un piccolo gioiello raro.

Il colore è incredibilmente ancora perfetto, di una tonalità granato che vira al mattone, e ti sembra di ricordare quei vecchi tetti di una volta che scendono appunto dai paesini arroccati nel frusinate.
Ci vuole calma, perchè agitare troppo un vino così potrebbe scioccarlo. Gli archetti si fanno pesanti. La struttura è ancora ricca di pigmentazione.

Eccola l'emozione ancora: lo avviciniamo al naso, anche se non servirebbe immergersi nel bicchiere, perchè come detto prima il suo profumo inebria la stanza!

Non ci sono fiori, è quasi sparito il varietale. C'è la complessità, signori, di un grande vino, azzarderei grandissimo! Ancora si scorge una confettura di amarene, di quelle che però si facevano una volta...stracotte, acide, perchè la mamma metteva poco zucchero! Il colore stesso ricorda la marmellata attaccata e bruciata sui bordi del pentolone!

E poi si evolve! il terreno esce tutto: minerale, ferroso, ricorda la terra rossa. E poi ancora idrocarburi, su una spolverata appenna accennata di cacao amaro, avvolto da cuoio ed una punta balsamica finale.

Ed ora il piacere del palato anche se per l'entusiasmo e per la fretta abbiamo scosso un po troppo l bottiglia: in bocca si sentono troppo i residui che accidentalmente abbiamo messo in circolazione. Ma surclassato il piccolo neo, ancora emozioni! Il cesanese c'è, ancora incredibilmente acido, e di incredibile sapidità. Il tannino appena percettibile. Ma il lucore che genera in bocca è grandioso. C'è da dire che il corpo ha ceduto un pochino... ma signori, è pur sempre un cesanese fatto nel 1970!

L'emozione è incredibile, la meraviglia che stupefatti ci lascia riflettere sul valore inaspettato delle cose: cerchiamo grandi Barolo, critichiamo i vini laziali, sbeffeggiamo spesso gli autoctoni cercando di arricchirli con contaminazioni internazionali. Forse la verità è che l'omologazione e la standardizzazione anche modaiola dell'enologia moderna, ci ha fatto dimenticare il piacere di un vino sincero di 40 anni fa, che si faceva con sudore, con fatica, con il rispetto della natura e dell'uomo che ci lavorava, che non rispondeva ad un esigenza di gradimento e di gusto collettivo, ma che era solo espressione della nostra vecchia terra e di quello che il lavoro dell'uomo poteva realizzare!

Anche il LAZIO ha grandi vini!

 

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